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Accueil "Printemps arabe" La violenza: il nuovo modus operandi della contestazione “rivoluzionaria” in Egitto

La violenza: il nuovo modus operandi della contestazione “rivoluzionaria” in Egitto

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Ahmed Bensaada, Reporters, 19 febbraio 2013 – Mondialisation.ca

Traduzione di Alessandro Lattanzio SitoAurora

mueren-policias-manifestantes-port-said_ediima20130126_0061_4-580x32625 gennaio 2013. Seconda repubblica egiziana. Anno 2. Si torna al punto di partenza. “Irhal” (Vattene) è riapparso, ma con una differenza: lo slogan della rivolta è: “Il popolo vuole la caduta dei Fratelli“. Neanche le mura del palazzo presidenziale sono state risparmiate dai graffiti anti-islamisti. E questo cambiamento non è uno slogan banale, tutt’altro. Certo fa parte di un “continuum” delle proteste che non sono mai cessate dal gennaio 2011, ma è soprattutto l’espressione di un profondo mutamento della rivolta, così come dell’identità dei soggetti e dei suoi metodi di azione.

Si ricordi che la “primavera” egiziana anti-Mubaraq è stata avviata e organizzata da giovani informatici (in particolare, da quelli appartenenti al Movimento del 6 aprile), i cui leader avevano ricevuto una formazione finanziata da varie agenzie statunitensi per l’”esportazione” della democrazia. Alcuni di loro sono stati formati, dai serbi di CANVAS, all’ideologia della resistenza non-violenta individuale, teorizzata dal filosofo statunitense Gene Sharp. [1]

Questa non-violenza sostenuta dai cyberdissidenti contro uno Stato di polizia noto per i suoi metodi brutali, era una caratteristica della “primavera” dell’Egitto, ed è sicuramente il segreto della sua efficacia. A un certo punto, lo stesso Gene Sharp in persona si è detto particolarmente orgoglioso del lavoro svolto dai giovani egiziani. [2] Insieme ai giovani discepoli della scuola sharpiana, gruppi dei movimenti di hooligan hanno, fin dall’inizio, partecipato alla rivolta egiziana. Dopo aver subito la repressione poliziesca dell’era Mubaraq, fin dalla loro creazione alla metà degli anni 2000, gli “Ultras” di sostenitori incondizionati di alcune squadre di calcio egiziane hanno sviluppato competenza nel confronto con la polizia. Considerati teppisti e delinquenti, prima della “rivoluzione”, si sono guadagnati i loro galloni per il “know-how” acquisito durante gli anni della ribellione contro la brutalità delle forze di sicurezza. Descritti dalla stampa come “temerari”, sono noti per essere sempre in prima linea negli scontri contro la polizia, durante le varie manifestazioni della “primavera” in Egitto.
Più di recente, un nuovo movimento di protesta è entrato nel paesaggio dell’insurrezione violenta egiziana. I “Black Bloc”, un’organizzazione ispiratasi alle fazioni anarchiche europee. Mascherati e vestiti di nero, hanno investito le piazze, non esitando a usare la forza per combattere il governo islamico del presidente Morsi. Con la violenza come strumento di contestazione, gli ultras e il black bloc sono attualmente la punta di diamante della protesta popolare in Egitto. Appena due anni dopo l’inizio della “primavera” araba, la teoria di Gene Sharp è stata completamente messa da parte.

Gli ultras: “All cops are bastards
Quattro lettere sono il leitmotiv degli ultras: ACAB, acronimo di “Tutti i poliziotti sono bastardi” (All cops are bastards). Ben prima delle rivolte della primavera araba, gli ultras avevano dichiarato guerra a tutto ciò che rappresentasse l’autorità. Gli eventi dei primi mesi del 2011 hanno offerto loro l’opportunità di mostrarne le capacità al di fuori degli stadi. Secondo alcuni esperti, gli ultras non hanno un chiaro profilo sociale. Si tratta di giovani “uniti per età e codici d’onore,  segnati dalla fedeltà alla propria squadra e dalla loro ostilità alle forze di sicurezza“. [3]
Anche se di ambienti ben diversi di quelli degli hacktivisti, la loro azione è considerata di primaria importanza. Gli è stato riconosciuto un ruolo importante, in particolare contro i “baltaguia” nella famosa “battaglia dei cammelli” del 2 febbraio 2011 [4], nonché nella lunga e sanguinosa battaglia contro la polizia alla Mohamed Mahmoud Street, nel novembre 2011 [5]. Ogni grande squadra di calcio egiziana ha i suoi ultras. Ad esempio, gli Ahlawy della al-Ahly, i Cavalieri Bianchi della Zamaleq, le Aquile Verdi della Port Said, la Magia Verde dell’Alessandria e i Dragoni Gialli dell’Ismailia. Gli ultras hanno un grande potere di mobilitazione che suscita l’invidia dei partiti politici. “I Cavalieri Bianchi da soli possono portare 25.000 persone pronte a combattere per strada, in pochi minuti”, dice un membro di questo gruppo [6].
Anche se diversi gruppi ultras si odiano in “periodo di pace”, la “primavera” araba è riuscita a conciliarli attorno ad un progetto comune: molestare le forze di sicurezza e proteggere i manifestanti. Così abbiamo visto i Cavalieri bianchi e gli Ahlawy unire le forze in piazza Tahrir e nelle piazze “calde” di Cairo.
Secondo James Dorsey, autore del blog “Il mondo turbolento del calcio in Medio Oriente“, “gli [ultras] rappresentano una delle forze più importanti del Paese, se non la seconda, dopo la Fratellanza musulmana” [7]. Questa collusione degli ultras nei confronti delle autorità egiziane è stata seriamente compromessa da ciò che viene comunemente chiamata “la tragedia di Port Said“, dove almeno 74 persone sono morte e centinaia sono rimaste ferite. La partita, che si è svolta il 1 febbraio 2012 a Port Said tra l’Ahly di Cairo contro la squadra locale, si trasformò in una battaglia campale. Il massacro si svolse sotto lo sguardo compiacente delle forze dell’ordine, che non mossero un dito per fermarlo, e in cui un gran numero di tifosi dell‘Ahly vi persero la vita.
Il motivo? Secondo i sostenitori del club di Cairo, tutto venne progettato per vendetta dagli ultras Ahlawy, per il loro ruolo nella rivolta primaverile e lo spirito aggressivo che l’esercito e la polizia subiscono regolarmente. Gli ultras del Club di Port Said sono stati accusati di complicità con la polizia, rilevando che, a differenza degli Ahlawy e delle Aquile Verdi, hanno intonato slogan pro-militari durante la partita. Da parte loro, gli ultras di Port Said hanno negato qualsiasi coinvolgimento negli omicidi. In un articolo sul tema pubblicato dal quotidiano “Egitto Independente“, si legge che “la violenza di Port Said è stata opera di agenti infiltrati e non degli ultras” [8].
Il fatto è che questa tragedia non solo ha creato notevole risentimento, ma per lo più ha diviso le fila degli ultras, un risultato cercato dalla polizia, secondo alcuni. Gli ultras Ahlawy hanno minacciato il governo di ritorsioni se i responsabili della morte dei loro sostenitori non venissero puniti severamente. Pochi giorni prima del processo, hanno manifestato a gran voce bloccando il traffico e una stazione della metropolitana. Il loro motto: “La giustizia o il caos“. La prima sentenza sulla “tragedia di Port Said” ha avuto luogo il 26 gennaio 2013. Ventuno persone sospettate di essere coinvolte nel massacro sono state condannate a morte. Gli ululati dei familiari delle vittime risuonarono nell’aula del tribunale e gli Ahlawy hanno celebrato il verdetto.
Le famiglie dei detenuti, a loro volta, non hanno accettato il verdetto. Va detto che nessun funzionario di polizia è stato incluso nella lista dei 21 condannati a morte. [9] Le rivolte seguite alla sentenza, hanno fatto quasi tante vittime quanto “la tragedia di Port Said.” Cinque giorni dopo il verdetto, vi furono 56 morti, la maggior parte nella città di Port Said, ribattezzata “Port-Shahid” (Porto del Martire. NdT) dagli attivisti della città. Dobbiamo anche dire che il governo Morsi ha compiuto un vero e proprio errore di interpretazione del concetto di tempo. Far quasi coincidere, (il giorno prima) una sentenza così sensibile con il secondo anniversario dell’inizio della rivolta contro Mubaraq, mentre il clima sociale è esplosivo, è vera e propria incoscienza. Il presidente Morsi non ha trovato un’idea migliore che twitterare le condoglianze alle famiglie delle vittime, atto pochissimo gradito dai destinatari. Mentre i tentativi di riconciliazione tra Ahlawy e le Aquile Verdi sono falliti [10], il prosieguo del processo sulla “tragedia di Port Said” è previsto per il 9 marzo. Anche le manifestazioni e gli scontri.

I Black Bloc: “Caos contro l’ingiustizia
La recente comparsa dei Black Bloc nelle manifestazioni egiziane è stata molto pubblicizzata, sia a livello locale che internazionale. Anche un giornale titolava: “In Egitto, i Black Bloc detronizzano i rivoluzionari“. [11] Questo non significa molto. Tutti gli sforzi fatti dal campo dei “rivoluzionari” della prima ora per fare della loro “rivoluzione” un modello di non-violenza, che avrebbe fatto trepidare di piacere il loro maestro Gene Sharp, furono vani. La modalità di azione dei Black Bloc  è l’opposto di ciò che viene insegnato dai serbi del CANVAS. Mascherati, vestiti di nero, armati di bastoni e molotov, hanno la fama di essere “teppisti”, anche se lo negano. Eppure il “caos contro l’ingiustizia” è il loro slogan.
I membri del Black Bloc “Siamo chiamati “generazione perduta”, siamo trattati da teppisti. Ma ciò che è importante è  salvare l’onore dei martiri”, ha detto uno di loro in posa da co-fondatore del movimento. [12] Come gli ultras, sono contro gli “agenti di polizia che erano stati processati per aver ucciso manifestanti ed erano stati tutti assolti, [devono essere] riprocessati. Abbiamo i loro nomi. Li abbiamo trasmessi al Procuratore Generale“. [13] Ma nel loro primo comunicato postato su Youtube, il loro obiettivo principale è il governo del presidente Morsi e la Fratellanza musulmana da cui proviene. I membri del Black Bloc appaiono nel video sventolando bandiere anarchiche e una banda a scorrimento  recita: “Siamo il gruppo dei Black Bloc, parte di un tutto nel mondo. Facciamo campagna da anni per la liberazione dell’essere umano, la demolizione della corruzione e per rovesciare il tiranno. Per farlo, abbiamo dovuto apparire in modo ufficiale per affrontare il tiranno fascista (i Fratelli musulmani) e il loro braccio armato [...] Gloria ai martiri. Vittoria alla rivoluzione“. [14]
Mentre i membri dei Black Bloc egiziani rivendicano che il loro movimento non è né politico, né religioso, o sportivo (un confronto con gli ultras), Issam al-Haddad, Consigliere per gli affari esteri del Presidente Morsi, li accusa di “violenza sistematica e criminalità organizzata nel Paese“, mentre criminalizza l’opposizione per sostenere il movimento. Queste accuse sono state riprese dai Fratelli musulmani che li hanno definiti “gruppo di teppisti” che attaccano le istituzioni statali, la polizia e la proprietà privata. [15] Il Procuratore Generale della Repubblica d’Egitto, Ibrahim Abdallah Talaat (recentemente nominato dal governo Morsi, suscitando una levata di scudi da parte dell’opposizione), ha ordinato l’arresto di chiunque sia sospettato di appartenere al Black Bloc, definendola una “organizzazione terroristica”. [16]
Dopo i primi arresti di presunti membri appartenenti al Black Bloc, l’ufficio del pubblico ministero ha detto che uno di loro verrà processato per il suo coinvolgimento in un “piano di sabotaggio israeliano”. [17] Alcuni giornalisti hanno osservato che i membri della milizia della Fratellanza musulmana che aveva attaccato i manifestanti durante gli scontri nei pressi del palazzo presidenziale, nel dicembre 2012, erano anch’essi incappucciati, senza che ciò suscitasse reazioni nella presidenza o nell’ufficio del pubblico ministero. Queste milizie hanno pubblicato un video in cui minacciano di uccidere “gli anarchici che puntano alla caduta del regime”. [18]
Un altro gruppo islamista, la Jamaa Islamiya, ha invocato la “crocifissione” dei membri del Black Bloc. [19] Per parte loro, i “rivoluzionari” della prima ora, pretendono che i Black Bloc siano Fratelli musulmani e che la loro azione tenda a minare la loro protesta. [20] Wail Ghonaim, una delle cyber-figure egiziane più pubblicizzate [21], ha partecipato a un incontro organizzato ad al-Azhar il 31 gennaio 2013, alla presenza di leader religiosi, membri dell’opposizione del Fronte di salvezza nazionale, della Fratellanza musulmana e un certo numero di attivisti. Al termine della riunione, Ghonaim ha detto: “Lo scopo di questo incontro non è politico, ma piuttosto volto ad avviare un’iniziativa per porre fine alle violenze. Si tratta di un’iniziativa morale per fermare lo spargimento di sangue. È per questo che i giovani del Movimento 6 aprile hanno chiesto ad al-Azhar di tenere questa riunione e portarvi tutte le forze politiche dell’Egitto” [22].
Piccolo problema: anche se i Fratelli musulmani erano presenti alla riunione, nessun membro ufficiale del governo aveva aderito all’iniziativa di pace. I cyber-attivisti della prima ora, riporteranno la loro “rivoluzione” nel suo paradigma iniziale non-violento? Senza una reale apertura del governo islamico attualmente al potere in Egitto, e la formazione di un governo di unità nazionale che coinvolga tutte le forze del Paese, non è certo.

Ahmed Bensaada

Questo articolo è stato originariamente pubblicato dal quotidiano algerino Reporters 19 febbraio 2013 (pp. 12-13)

Riferimenti
1. Ahmed Bensaada, «Arabesque américaine: Le rôle des États-Unis dans les révoltes de la rue arabe», Éditions Michel Brûlé, Montréal (2011); Éditons Synergie, Algeri (2012)
2. Aimée Kligmanm, «Why is Gene Sharp credited for Egypt‘s revolution?», Examiner.com, 5 marzo 2011
3. Lucie Ryzova, «The Battle of Muhammad Mahmud Street: Teargas, Hair Gel, and Tramadol», Jadaliyya, 28 novembre 2011
4. Les Inrocks, «Égypte: les Ultras d’Al-Ahly, gardiens de l’après-révolution à Tahrir», 10 dicembre 2012
5. Vedasi nota 3
6. Claire Talon, «Égypte: génération ultras», Le Monde, 17 ottobre 2011
7. So Foot, «En privé, les ultras égyptiens se préparaient aux manifestations», 3 dicembre 2012
8. Abdel-Rahman Hussein, «Port Said violence was work of infiltrators, not ultras, say locals», Egypt Independent, 2 febbraio 2012
9. Egypt Independent, «No police officers sentenced to death in Saturday Port Said ruling», 26 gennaio 2013
10. Ali Radi, «Les Ultras Green Eagles refusent la réconciliation avec les fans d’El-Ahly», Ahly Sport, 9 febbraio 2013
11. Marwan Chahine, «En Égypte, les Black Bloc détrônent les révolutionnaires», Le Nouvel Observateur, 29 gennaio 2013
12. RTS, «Le Black Bloc égyptien, une nouvelle race de révolutionnaires», 30 gennaio 2013
13. Hélène Sallon, «Les “Black bloc”, nouveau visage de la contestation égyptienne», Le Monde, 2 febbraio 2013
14. Youtube, «Premier communiqué. Black Bloc Égypte», 23 gennaio 2013
15. Maggie Michael, «Masked ‘Black Bloc’ a Mystery in Egypt Unrest», Time World, 28 gennaio 2013,
16. Arabic CNN, «Égypte: un mandat d’arrêt pour tous les membres du Black Block», 29 gennaio 2013
17. Taïeb Mahjoub, «Égypte: le Black Bloc, un groupe mystérieux dans le collimateur du pouvoir», AFP, 31 gennaio 2013
18. Aliaa Al-Korachi, «Contestations: Black Block, derrière les masques noirs, la violence», Al-Ahram Hebdo, 30 gennaio 2013
19. Peter Beaumont and Patrick Kingsley, «Violent tide of Salafism threatens the Arab spring», The Guardian, 10 febbraio 2013
20. Moïna Fauchier Delavigne, «Les Black bloc, ces nouveaux révolutionnaires égyptiens prêts à employer la force», France 24, 31 gennaio 2013
21. Ahmed Bensaada, «Le rôle des États-Unis dans les révoltes de la rue arabe: le cas de l’Égypte», Mondialisation, 24 febbraio 2011
22. Nancy Messieh et Tarek Radwan, «Egypt’s al-Azhar Talks», Atlantic Council, 1 febbraio 2013

Copyright © 2013 Reporters

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

 



 


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